Il pappagallo riconoscente

 

Il povero pappagallo non ne poteva proprio più. Era nato per la quiete: e intorno a lui, dalla mattina alla sera, venti, cinquanta, cento pappagalline irrequiete, sventate, pettegole, andavano, venivano, svolazzavano, cicalavano, strillavano senza concedere un istante di requie. Il pappagallo dovette finalmente risolversi e prese il volo per andar a cercare un cantuccio tranquillo in terra straniera. Fu proprio fortunato. Dove capitò, tutti gli animali erano pacifici e tutti gli fecero grande accoglienza, specialmente gli uccelli. Il pappagallo era beato: quanta quiete! quanto silenzio! Ci si sarebbe fermato tutta la vita; ma non voleva abusare dell'ospitalità, e un giorno a malincuore si congedò:
- Devo ritornare tra i miei.
Fece i suoi addii e se ne parti. Era già abbastanza alto e lontano, quando scòrse levarsi un denso fumo proprio sui cari luoghi che aveva da poco lasciato. Tomo sùbito indietro. Un grande incendio era scoppiato. Le fiamme correvano la pianura, risalivano i fianchi dei monti, divoravano foreste, villaggi, campagne. Il pappagallo, angosciato, vide un laghetto non lontano. Vi si tuffò, si inzuppò più che potè di acqua, poi volò sul luogo dell'incendio e, scotendo ali e piume, fece piovere sulle fiamme le gocciole d'acqua che lo imperlavano; quindi volò via ancóra al laghetto, tomo a tuffarsi, rivolò sulle fiamme e lasciò ricadere le sue scarse gocciole. E cosi fece non so quante volte.
Lo scòrse un Dio e lo ammoni:
- O pappagallo, come sei sciocco! Pensi forse di spegnere un incendio che si stende mille miglia, solo con le goccioline d'acqua che puoi raccogliere nel cavo delle tue alucce?
- Oh - rispose il pappagallo - so benissimo che non spegnerò l'immenso incendio! Ma il buon popolo di questi luoghi mi ha accolto e trattato come un fratello e cerco di dimostrargli per quanto posso tutta la mia gratitudine e la mia pietà. Non saprei vederlo soffrire tanto, senza portargli il mio soccorso, anche sapendolo inutile.

 

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